La, banale, divisione della vita
Si ripete, ogni volta. Da sempre.
Difficilmente emerge quando, la penna in mano, razionalità e irrazionalità si fondono nel processo creativo di scrittura. O quando ci impegniamo nel ritrarre un viso o un paesaggio su un foglio di carta, di quella carta spessa, fatta apposta per il disegno a carboncino.
Costantemente però affiora nel momento in cui apriamo il nostro cuore agli altri, quando sbattiamo violentemente la faccia contro il muro d'acciaio che limita il linguaggio, che lo rende viscido e sfuggente, morbido e impreciso.
E' allora che ci rifugiamo nelle metafore. Anche il più gretto degli uomini, anche il più insensibile, prima o poi, quantomeno per comunicare la sua sprezzante indifferenza, è costretto a descrivere, con un arzigogolato giro di parole, quel concetto per cui vorrebbe disperatamente esistesse un termine esatto, una parola corposa, densa, pregna di significato in grado di esaurire quel che sente in un attimo. In un fluido movimento delle labbra.
Così non è.
Romanzi sono stati scritti: pagine e pagine di inchiostro con l'unico intento di esprimere un concetto.
Voluminosi e articolati paragoni, nulla più.
C'è però qualcosa in loro, qualcosa che ritorna, il rumore di fondo che occhieggia nei passaggi della Storia dell'Uomo, nella sua evoluzione sociale, nel suo artificiale complicarsi rispetto all'animale che era.
Sì perchè un sentimento, quell'indefinibile flusso che ci sgorga dal petto, non lo paragoniamo alla prima cosa che ci capita sotto agli occhi. Ci si impone addosso, contemporaneamente sopra e sotto la pelle con una tale forza da pretendere attenzione. E cura.
La Natura, e l'Arte che da essa muove, sono le nostre uniche ispiratrici.
E in questo il Progresso soccombe. La Scienza soccombe. Sono scartate a priori, lontane da noi, neanche considerate, escluse come quei bambini che vengono emarginati dal gruppo. E che poi piangono, e protestano, per tutta la vita magari, in cerca di una rivalsa.
Ed oggi, proprio oggi, forse stiamo assistendo a questa infantile e sterile vendetta.
Il fatto è che non possiamo fare altrimenti.
La Scienza, le sue perfette simmetrie, possono essere in grado di descrivere e definire il mondo che ci circonda, ma falliscono miseramente quando ci guardano dentro.
Sono la rete da pesca che solo un folle potrebbe usare per raccogliere la tumultuosa acqua del mare. Lo aspetta solo il fallimento. O un'eternità passata a stillare gocce infinitesime dalla canapa con cui ha intrecciato la sua inutile trappola.
Difficilmente emerge quando, la penna in mano, razionalità e irrazionalità si fondono nel processo creativo di scrittura. O quando ci impegniamo nel ritrarre un viso o un paesaggio su un foglio di carta, di quella carta spessa, fatta apposta per il disegno a carboncino.
Costantemente però affiora nel momento in cui apriamo il nostro cuore agli altri, quando sbattiamo violentemente la faccia contro il muro d'acciaio che limita il linguaggio, che lo rende viscido e sfuggente, morbido e impreciso.
E' allora che ci rifugiamo nelle metafore. Anche il più gretto degli uomini, anche il più insensibile, prima o poi, quantomeno per comunicare la sua sprezzante indifferenza, è costretto a descrivere, con un arzigogolato giro di parole, quel concetto per cui vorrebbe disperatamente esistesse un termine esatto, una parola corposa, densa, pregna di significato in grado di esaurire quel che sente in un attimo. In un fluido movimento delle labbra.
Così non è.
Romanzi sono stati scritti: pagine e pagine di inchiostro con l'unico intento di esprimere un concetto.
Voluminosi e articolati paragoni, nulla più.
C'è però qualcosa in loro, qualcosa che ritorna, il rumore di fondo che occhieggia nei passaggi della Storia dell'Uomo, nella sua evoluzione sociale, nel suo artificiale complicarsi rispetto all'animale che era.
Sì perchè un sentimento, quell'indefinibile flusso che ci sgorga dal petto, non lo paragoniamo alla prima cosa che ci capita sotto agli occhi. Ci si impone addosso, contemporaneamente sopra e sotto la pelle con una tale forza da pretendere attenzione. E cura.
La Natura, e l'Arte che da essa muove, sono le nostre uniche ispiratrici.
E in questo il Progresso soccombe. La Scienza soccombe. Sono scartate a priori, lontane da noi, neanche considerate, escluse come quei bambini che vengono emarginati dal gruppo. E che poi piangono, e protestano, per tutta la vita magari, in cerca di una rivalsa.
Ed oggi, proprio oggi, forse stiamo assistendo a questa infantile e sterile vendetta.
Il fatto è che non possiamo fare altrimenti.
La Scienza, le sue perfette simmetrie, possono essere in grado di descrivere e definire il mondo che ci circonda, ma falliscono miseramente quando ci guardano dentro.
Sono la rete da pesca che solo un folle potrebbe usare per raccogliere la tumultuosa acqua del mare. Lo aspetta solo il fallimento. O un'eternità passata a stillare gocce infinitesime dalla canapa con cui ha intrecciato la sua inutile trappola.

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