sabato, dicembre 17

Evoluzione e autoselezione

Spesso in questo periodo mi è capitato di discutere di evoluzione naturale, teorie alternative, strani processi e giustificazioni di ogni tipo che implichino logicamente, il più delle volte, l'esistenza di Dio.

Non m'addentrerò nei meandri di questa cosa, credo che qualsiasi persona provvista di cervello e abituata ad usarlo un minimo trovi la teoria darwiniana dell'evoluzione "self-evident" (parafrasando un discorso simile, in economia, sulla fedeltà di marca: "the importance of brand loyalty is self-evident to every business man).

Mi vorrei piuttosto soffermare su un concetto, che mi ha colpito molto, e che ho trovato in uno dei migliori libri contemporanei che abbia mai letto: La possibilità di un'isola, di Michel Houllebeq (vivamente consigliato a chiunque non sia un maniaco depressivo e non abbia superato i 40).

In poche parole emerge che il meccanismo evolutivo, per l'uomo, avrebbe raggiunto uno stallo. I suoi predatori infatti sono pochi e decisamente localizzati, incapaci quindi di essere strumento efficace della selezione naturale. Per assicurare quindi il miglioramento della specie, l'uomo avrebbe provveduto a creare un meccanismo autoselettivo: la società.
Ovvero l'uomo che preda se stesso, che seleziona chi può e chi non può riprodursi, magari non uccidendo, ma relegando individui dai caratteri genetici poco desiderabili ai margini della sfera sociale e delle interazioni sessuali.
Geniale.

In effetti non sono sicuro che la situazione sia così semplice:prima di tutto i "predatori" non sono ancora scomparsi.
Semplicemente non è più il leone della savana, bensì l'AIDS, l'ebola o chi per loro.
le malattie non sono scomparse e continuano a scegliere chi colpire e chi uccidere, provocando una selezione vera, per quanto sottile.
Inoltre la selezione sociale di chi si deve riprodurre è sì molto violenta, ma troppo incostante per riuscire a produrre delle vere alterazioni.
Le mode cambiano nel giro di una generazione ed i canoni estetici sono, in un mondo in cui la bellezza è a portata di portafogli, molto meno determinanti rispetto invece a canoni caratteriali, che credo siano quelli che sono veramente sottoposti ad una pressione evolutiva.
Difatti in una società come la nostra vengono premiate e punite più le mentalità e le capacità che non la mera prestanza fisica.


Non mi metto a disquisire sull'incidenza e, soprattutto, sulla selettività FISICA delle malattie che citi, perchè credo sia pressochè nulla. Piuttosto direi che un vantaggio evolutivo ce l'ha chi è geneticamente portato ad avere un cuore più forte, un sistema circolatorio più efficiente e altre amenità del genere.
In ogni caso, aldilà delle specifiche malattie/disfunzioni, questo discorso è valido ma comunque legato alla società, come fonte degli stili di vita che più di ogni altra cosa hanno incidenza sul profilo medico (sigarette, alcol e compagnia cantando).
Per quanto riguarda l'obiezione sulla "tempistica" bisogna dire che la selezione operata socialmente è estremamente più efficiente che non quella naturale. In un contesto darwiniano infatti la sottospecie dominante, o in vantaggio, ci metterebbe generazioni a imporsi al punto da costringere i suoi "cugini" all'estinzione, grazie ad un miglior tasso di incremento (migliore sopravvivenza ai predatori). Per l'uomo il discorso è molto differente. La selezione sociale infatti è ex-ante, non attende la verifica sul campo della lotta con gli inesistenti predatori, agisce sia a monte della riproduzione che a valle, assottigliando rapidamente le fila della "minoranza".
Terribilmente efficiente.

venerdì, dicembre 16

La tratta della democrazia

Sarò breve, perchè dilungarmi significherebbe finire in politica e, di seguito, in polemica.

E' di oggi la notizia del voto in Iraq.

Volevo concentrarmi su un'idea, magari faziosa, magari assurda, che mi è saltata in mente stamattina. Perchè questo risultato mi ha ricordato un episodo, ed un film.

"Freedom is not given. It is our right at birth. But there are some
moments when it must be taken"

Di più.

"I must say I differ with the keen minds of the South and with our President, who apparently shares their views, offering that the natural state of mankind is instead - and I know this is a controversial idea - is freedom. Is freedom. And the proof is the length to which a man, woman or child will go to regain it once taken. He will break loose his chains. He will decimate his enemies. He will try and try and try, against all odds, against all prejudices, to get home."

Lo stato naturale dell'uomo è la libertà. E l'uomo lotterà per riconquistarla. Ucciderà i suoi nemici. Tenterà, tenterà e tenterà di nuovo.
Voterà.
Ed infatti...

Allora non mi stupisco che a guidare la lotta alle dittature, che sono le prime nemiche della libertà, ci sia lo stesso paese che più di 150 anni fa difese, per principio e con un suo ex-presidente, contro l'intellighenzia dell'Europa di quegli anni, la libertà di alcuni poveri africani.
Quello di cui mi stupisco è che fin troppo spesso, in Europa e in Italia, ci dimentichiamo che gli Stati Uniti (così come la Gran Bretagna che con loro si battè contro lo schiavismo radendo al suolo la fortezza di Lomboko) hanno una tradizione di libertà che ci dovrebbe far vergognare del modo in cui insinuiamo nei loro confronti doppiezze, complotti e moralmente dubbie operazioni sottobanco.

Sotto sotto, mi sento anche un po' orgoglioso di aver storto il naso alle esagerate sparate dell'Oriana che proclamava l'islam incompatibile con la democrazia. Si è dimostrato falso.
Così come sbugiardati sono stati i tanti intellighenti, professori dell'attesa e dell'evoluzione, dell'asetticità culturale e dell'intoccabilità della sovranità nazionale, del relativismo più bieco e inconcludente: quello che porta all'assenza di confronto.

La democrazia americana è lungi dall'essere perfetta, ma forse, prima di criticare chi fa meglio di noi, dovremmo impegnarci e lavorare per migliorare, invece di rifugiarci nel comodo ed insulso ruolo di spettatori.
Galoppini o mortali nemici del primo della classe.

domenica, dicembre 4

Il secolo corto italiano

E' da quando ero bambino che non faccio altro che imparare, dai professori di Storia, che il '900 è stato un secolo mutilato dalle prime due guerre mondiali, che l'hanno accorciato di 50 anni, che gli hanno tolto metà della sua espressione.
La prole dell'assassinio dell'arciduca Ferdinando e dei regimi, quello fascista e il suo figlioccio tedesco (paradossalmente anche qui, nell'orrore, l'Italia è in grado di esportare idee), avrebbe assediato al punto la realtà quotidiana degli uomini da toglierle ogni senso, da caricarla di un'eccezionalità tale da renderla insignificante. Si è persa memoria di ciò che le persone facevano in quei giorni, è rimasto solamente il racconto epico ed eroico di chi si è battuto nelle guerre.
Sarà forse perchè mia nonna e suo fratello hanno riempito la mia mente, sempre da bambino, dei racconti della loro vita sotto il tacco del terrore (di come venivano di nascosto strappate le pagine ai libri per fare sigarette) sarà per questo, dico, che a me il racconto di guerra ed eroismo non convince. Sarà per questo, dico, che secondo me il secolo XX non è stato affatto corto.

Io dico che a certi intellighenti fa comodo dipingerlo così mozzato.

Perchè la verità è che il secolo XX è stato sì torturato, ma da due mostri, uno a Destra e uno a Sinistra. E questo troppo spesso ce lo dimentichiamo, tanto più che in Italia, nel Bel Paese, quello del Tricolore, della Cappella Sistina e di Pizza-Spaghetti-e-Mandolino, le ferite ancora pulsano, e sanguinano, perchè ancora ascoltiamo, sosteniamo e inneggiamo ai nostri stessi carnefici.
Dei primi cinquant'anni del secolo ci siamo dimenticati, forse troppo facilmente, gli orrori, ma abbiamo ben chiaro l'insegnamento, il monito, il messaggio. Campeggia dentro ognuno di noi con la forza di una religione, bruciante e traboccante di fede.
Dei secondi cinquanta non c'è invece memoria, non c'è ricordo, non c'è coscienza. E' la consapevolezza che ci manca. Manca a quelli come me che nel ventesimo secolo sono solo nati e cresciuti, ma che nel ventunesimo diventeranno Uomini. Mancherà a chi verrà cresciuto da ignoranti del mio calibro.
Da tre giorni, per motivi tutti interni a Tocque-Ville, Robinik sta riportando a galla, con pazienza, un pezzo della storia dimenticata d'Italia, una parte maleodorante e marcia, che porta la firma di augusti insospettabili che oggi parlano a vanvera di pace e di rispetto delle leggi e che solo ieri pontificavano l'avvento di una rivoluzione folle e disastrosa portata a cavallo dei proiettili.
E tutto questo non c'entra con un povero malato che è stato una volta una fiaccola d'odio accecante. Nè c'entra col fatto che quest'uomo sia colpevole o innocente, che meriti di vivere dietro alle sbarre o di respirare all'aria aperta.
Il velo di silenzio steso sui nostri anni '70, sul terrore che serpeggiava nelle strade tra chi, volente o nolente, doveva farsi legione e inglobarsi nella politica guerresca qual'era quella di quegli anni, è l'omertà criminosa di chi sa che non agire equivale commettere un crimine.
Perchè non crescere nei propri figli l'avversione per il male equivale ad avvallarne il ritorno, equivale ad esserne complici.
Equivale ad essere carnefici.

giovedì, dicembre 1

Il mio BIIIIP preferito

Inserite al posto del bip quel che vi pare...tanto è uguale.
qualche giorno fà, tanto per passare il tempo, ho compilato un questionario via e-mail.
No, non di quelli che se non li rispedisci a 39,4 periodico persone prima di 5 secondi ti becchi la gonorrea fulminante acuta e cronica.
una semplice catena per avere la possibilità di sfogare il proprio protagonismo.
ti piace cucinare? hai un cane? pantofole o ciabatte?
non ha molto senso mettersi a scrivere quelle cose per poi spedirle ai tuoi amici...se sono tuoi amici dovrebbero conoscerle già, no? però la soddisfazione di sapere che diverse persone hanno dedicato almeno dieci minuti del loro tempo solo a quel che hai scritto è piacevole.
ma in fondo se non fossi esibizionista non starei qua a scrivere con la pretesa che alla grande rete interessino le mie riflessioni insieme ad un mio amico.

A questo proposito vi sarete accorti che le discussioni sono abbastanza 'digerite' ed aggiustate prima di essere trascritte...di solito durano ore con interminabili digressioni, riassumerle in pochi post implica sempre un accordo su come presentare la questione...

Ritornando a noi, o a me, nello specifico, devo dire che fra tutte le domande le uniche che mi hanno messo in crisi sono le solite: qual'è il tuo film preferito? la pizza? la canzone?
Ho sempre provato un leggero fastidio nel dover rispondere a questo genere di domande, che infatti eludo puntalmente.
Ho come l'impressione che si cerchi di semplificare troppo una cosa complessa e volubile come i gusti...come quando si vorrebbe rispondere "si, ma..." ma puoi rispondere solo sì o no.
Dentro abbiamo un'animo complesso e sfaccettato, e questo genere di domande ti schiacciano come se cercassero di ridurti ad una tavola di fumetto:bidimensionale, privo dei dettagli che ti rendono vero, ridotto ai tratti essenziali, in tono di grigio.

E la stessa violenta sensazione la provo quando sento la frase "essere sè stessi", detta sempre con la velata allusione al doversi comportare con tutti nello stesso modo.
Se sei tè stesso sei per tutti uguale.
Se due persone ti conoscono in modo diverso, uno dei due te stesso è una maschera, una menzogna senza valore di verità alcuno salvo il fatto stesso di essere falso.
Non credo di essere l'unico quando dico di sentirmi complesso e ricco di sfaccettature, spesso incompatibili fra di loro.
Mi piace fare volontariato ed allo stesso modo posso divertirmi a far del male agli altri.
sono entrambe le cose, entrambi questi mè stessi, ma se li mostrassi entrambi non sarei coerente (quanto riempie la bocca questa parola, vero? assaporatela...coerente...), ma solo schizofrenico.
Ogni persona che incontro fà risuonare una corda diversa di mè, porta a galla un aspetto diverso del mio essere, senza accezzioni di merito o di demerito.
il fatto che con qualcuno parli di filosofia e con qualcun altro di donne non significa che la mia amicizia con uno è meno forte che con l'altro.
Ogni nuova conoscenza diventa quindi un modo non solo per scoprire l'altro, ma anche me stesso, lasciando che la presenza di quella persona faccia uscire un lato di me di cui magari non sospettavo l'esistenza.
Se è vero che gli altri sono il nostro specchio, irrigidirci nel voler dare un'immagine ben precisa di noi, coerente (potrei ripeterlo cento volte da quanto mi piace...coerente coerente coerente coerente...), è come mettersi di fronte allo specchio ad occhi chiusi.
Non si scopre nulla di nuovo.
Si rimane sempre e solo sè stessi, senza crescere, senza cambiare.
Morti viventi.