Evoluzione e autoselezione
Spesso in questo periodo mi è capitato di discutere di evoluzione naturale, teorie alternative, strani processi e giustificazioni di ogni tipo che implichino logicamente, il più delle volte, l'esistenza di Dio.
Non m'addentrerò nei meandri di questa cosa, credo che qualsiasi persona provvista di cervello e abituata ad usarlo un minimo trovi la teoria darwiniana dell'evoluzione "self-evident" (parafrasando un discorso simile, in economia, sulla fedeltà di marca: "the importance of brand loyalty is self-evident to every business man).
Mi vorrei piuttosto soffermare su un concetto, che mi ha colpito molto, e che ho trovato in uno dei migliori libri contemporanei che abbia mai letto: La possibilità di un'isola, di Michel Houllebeq (vivamente consigliato a chiunque non sia un maniaco depressivo e non abbia superato i 40).
In poche parole emerge che il meccanismo evolutivo, per l'uomo, avrebbe raggiunto uno stallo. I suoi predatori infatti sono pochi e decisamente localizzati, incapaci quindi di essere strumento efficace della selezione naturale. Per assicurare quindi il miglioramento della specie, l'uomo avrebbe provveduto a creare un meccanismo autoselettivo: la società.
Ovvero l'uomo che preda se stesso, che seleziona chi può e chi non può riprodursi, magari non uccidendo, ma relegando individui dai caratteri genetici poco desiderabili ai margini della sfera sociale e delle interazioni sessuali.
Geniale.
In effetti non sono sicuro che la situazione sia così semplice:prima di tutto i "predatori" non sono ancora scomparsi.
Semplicemente non è più il leone della savana, bensì l'AIDS, l'ebola o chi per loro.
le malattie non sono scomparse e continuano a scegliere chi colpire e chi uccidere, provocando una selezione vera, per quanto sottile.
Inoltre la selezione sociale di chi si deve riprodurre è sì molto violenta, ma troppo incostante per riuscire a produrre delle vere alterazioni.
Le mode cambiano nel giro di una generazione ed i canoni estetici sono, in un mondo in cui la bellezza è a portata di portafogli, molto meno determinanti rispetto invece a canoni caratteriali, che credo siano quelli che sono veramente sottoposti ad una pressione evolutiva.
Difatti in una società come la nostra vengono premiate e punite più le mentalità e le capacità che non la mera prestanza fisica.
Non mi metto a disquisire sull'incidenza e, soprattutto, sulla selettività FISICA delle malattie che citi, perchè credo sia pressochè nulla. Piuttosto direi che un vantaggio evolutivo ce l'ha chi è geneticamente portato ad avere un cuore più forte, un sistema circolatorio più efficiente e altre amenità del genere.
In ogni caso, aldilà delle specifiche malattie/disfunzioni, questo discorso è valido ma comunque legato alla società, come fonte degli stili di vita che più di ogni altra cosa hanno incidenza sul profilo medico (sigarette, alcol e compagnia cantando).
Per quanto riguarda l'obiezione sulla "tempistica" bisogna dire che la selezione operata socialmente è estremamente più efficiente che non quella naturale. In un contesto darwiniano infatti la sottospecie dominante, o in vantaggio, ci metterebbe generazioni a imporsi al punto da costringere i suoi "cugini" all'estinzione, grazie ad un miglior tasso di incremento (migliore sopravvivenza ai predatori). Per l'uomo il discorso è molto differente. La selezione sociale infatti è ex-ante, non attende la verifica sul campo della lotta con gli inesistenti predatori, agisce sia a monte della riproduzione che a valle, assottigliando rapidamente le fila della "minoranza".
Terribilmente efficiente.
Non m'addentrerò nei meandri di questa cosa, credo che qualsiasi persona provvista di cervello e abituata ad usarlo un minimo trovi la teoria darwiniana dell'evoluzione "self-evident" (parafrasando un discorso simile, in economia, sulla fedeltà di marca: "the importance of brand loyalty is self-evident to every business man).
Mi vorrei piuttosto soffermare su un concetto, che mi ha colpito molto, e che ho trovato in uno dei migliori libri contemporanei che abbia mai letto: La possibilità di un'isola, di Michel Houllebeq (vivamente consigliato a chiunque non sia un maniaco depressivo e non abbia superato i 40).
In poche parole emerge che il meccanismo evolutivo, per l'uomo, avrebbe raggiunto uno stallo. I suoi predatori infatti sono pochi e decisamente localizzati, incapaci quindi di essere strumento efficace della selezione naturale. Per assicurare quindi il miglioramento della specie, l'uomo avrebbe provveduto a creare un meccanismo autoselettivo: la società.
Ovvero l'uomo che preda se stesso, che seleziona chi può e chi non può riprodursi, magari non uccidendo, ma relegando individui dai caratteri genetici poco desiderabili ai margini della sfera sociale e delle interazioni sessuali.
Geniale.
In effetti non sono sicuro che la situazione sia così semplice:prima di tutto i "predatori" non sono ancora scomparsi.
Semplicemente non è più il leone della savana, bensì l'AIDS, l'ebola o chi per loro.
le malattie non sono scomparse e continuano a scegliere chi colpire e chi uccidere, provocando una selezione vera, per quanto sottile.
Inoltre la selezione sociale di chi si deve riprodurre è sì molto violenta, ma troppo incostante per riuscire a produrre delle vere alterazioni.
Le mode cambiano nel giro di una generazione ed i canoni estetici sono, in un mondo in cui la bellezza è a portata di portafogli, molto meno determinanti rispetto invece a canoni caratteriali, che credo siano quelli che sono veramente sottoposti ad una pressione evolutiva.
Difatti in una società come la nostra vengono premiate e punite più le mentalità e le capacità che non la mera prestanza fisica.
Non mi metto a disquisire sull'incidenza e, soprattutto, sulla selettività FISICA delle malattie che citi, perchè credo sia pressochè nulla. Piuttosto direi che un vantaggio evolutivo ce l'ha chi è geneticamente portato ad avere un cuore più forte, un sistema circolatorio più efficiente e altre amenità del genere.
In ogni caso, aldilà delle specifiche malattie/disfunzioni, questo discorso è valido ma comunque legato alla società, come fonte degli stili di vita che più di ogni altra cosa hanno incidenza sul profilo medico (sigarette, alcol e compagnia cantando).
Per quanto riguarda l'obiezione sulla "tempistica" bisogna dire che la selezione operata socialmente è estremamente più efficiente che non quella naturale. In un contesto darwiniano infatti la sottospecie dominante, o in vantaggio, ci metterebbe generazioni a imporsi al punto da costringere i suoi "cugini" all'estinzione, grazie ad un miglior tasso di incremento (migliore sopravvivenza ai predatori). Per l'uomo il discorso è molto differente. La selezione sociale infatti è ex-ante, non attende la verifica sul campo della lotta con gli inesistenti predatori, agisce sia a monte della riproduzione che a valle, assottigliando rapidamente le fila della "minoranza".
Terribilmente efficiente.
