Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare
poche altre parole nella storia umana hanno espresso con altrettanta efficacia e delicatezza il senso di smarrimento commisto a meraviglia che l'uomo prova di fronte a qualcosa di assoluto come l'infinito.
Per vincere questo timore, questa schiacciante supremazia del vuoto su di noi, abbiamo inventato la poesia dei diamanti sul velluto o ridotto la distanza fra noi e le stelle più lontane a degli sterili esponenti di 10, mascherando con la comodità dei conti il nostro vero scopo:cercare di schiacciare quell'infinito, di comprimerlo o mascherarlo fino a renderlo tollerabile.
Nelle nubi cerchiamo forme aggraziate, salvo poi fuggire quando il fronte di una tempesta ci mostra con le sue dimensioni, ancora prima che con la sua violenza, la nostra misera, fragile natura.
L'orizzonte è forse la cosa di cui dobbiamo essere più grati: un semplice gioco di luce ci permette di vivere la nostra vita sereni, di nuotare in mari che altrimenti ci sembrerebbero troppo grandi per noi, che ne grattiamo invano la superfice illudendoci di averli domati.
Forse è solo nel mare, nell'oceano profondo e sconfinato, senza terra all'orizzonte, abbastanza a fondo perchè non si capisca quale sia la direzioni per l'agognata superfice, che si può capire cosa può aver provato chi per primo ha visto l'alba spuntare da una terra sferica, un piccolo ciottolo rotolante nel nulla.
Rendersi conto, percepire non solo razionalmente, la distanza delle stelle ci provoca una profonda vertigine, un irrefrenabile bisogno di buttarci a terra per non perdere ogni contatto con la realtà.
Cosa può aver provato allora chi è stato nello spazio e, girando le spalle al suo pianeta natio, ha fissato il vuoto senza l'appliglio dell'erba o la guida della gravità?

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