mercoledì, maggio 31

Ricordi

E' incredibile come a distanza di anni un ricordo possa ancora farci soffrire.
Il semplice rievocare eventi passati, pur in tono rilassato, come se tutto fosse passato, compreso, in qualche modo digerito, ha il potere talvolta di turbare.
Ed a nulla servono razionalizzazioni, riflessioni o quant'altro: certe ferite, una volta aperte, non guariscono mai del tutto e basta un tocco leggero a farle sanguinare di nuovo.
Finchè si giunge all'apatia, quando la paura del dolore è tanto forte da inibire ogni scelta, censurare ogni pensiero che potrebbe nuovamente far risuonare quella parte di noi.
Ed ogni tentativo di affrontare il problema non ottiene null'altro che risvegliare quella stretta allo stomaco, quel tremore nervoso, quei segni di debolezza che rifuggiamo, disposti a morderci le carni pur di distrarre la mente.
Talvolta basta la catarsi più semplice, come parlarne o scriverne, talvolta no: come un animale affamato si ostina a strappare pezzi d'anima fintantochè non rimane solo il nocciolo duro, freddo e inerte come una pietra, e per questo incapace di provare alcunchè.
Unica forza residua è la determinazione, quella che ci fà rialzare in silenzio, stringendo i denti e tenendosi stretto come il più prezioso dei tesori ogni piccolo brandello della nostra umanità, solo per non dare la soddisfazione al dolore, ormai inutile e residuo, di abbatterci.
Inghiottire la bile e riparare i danni, senza scenate, vittimismi o gloria per il coraggio.
Che Levi mi perdoni, scegliendo di essere salvati e non sommersi.

sabato, maggio 27

Addii

Non volevo crederci. Ma così è la vita.
E da oggi cominceranno i commenti degli esperti: "E' un venduto", "l'ha fatto per i soldi di Abramovich", "inaccettabile dopo il modo in cui è stato trattato dal Milan".
Cazzate.
Questo ragazzo mi ha sempre impressionato per umiltà e sincerità, carico di una semplicità cristallina che a volte finiva per sfociare nell'ingenuo.
Voleva essere uno dei più grandi al mondo e c'è riuscito, indiscutibilmente rimarrà il più forte ucraino che abbia mai tirato dei calci ad un pallone.
Non riesco a spiegare quanta stima personale ho per lui, aldilà dell'ammirazione sportiva, più da tifoso di calcio in generale che del mio Milan.
Con Andriy perdiamo un campione di quelli veri, di quelli "fuori e dentro il campo" nella migliore tradizione qualunquista. Uno che se per infortunio, squalifica o scelta tecnica (mi viene da ridere) veniva lasciato in tribuna non faceva altro, con naturalezza, che guardare la partita dalla curva, nella Fossa dei Leoni.
Il fatto è che non riesco a biasimarlo per il motivo che lo conduce oltre manica. E' un regalo che vuole fare ai suoi figli, quello della lingua inglese. E la semplicità di questa motivazione, quasi ridicola a pensarci anche solo un attimo se a proporla fosse stato chiunque altro, rende tutto più buio.
Perchè forse, aldilà della lingua inglese, Sheva vuole regalare ai suoi figli un paese diverso in cui vivere, non solo una lingua diversa da parlare.
E davvero, non riesco a biasimarlo.

Sarai sempre il Re dell'Est.

mercoledì, maggio 24

Produttività e produzione, competizione e regolarizzazione: il caso FIAT

Spinto da un post (questo) interessante nelle intenzioni quanto povero e deludente nel metodo, mi son deciso ad aprire una porta, forse un portone, sull'economia, che mai è apparsa (incredibile mi viene da dire...) qui su antimeridian.

L'argomento è non banale: la liberalizzazione e la deregolamentazione dei mercati influenzano positivamente il PIL e la produttività?
Da liberale e liberista (ma non libertario anche a discapito di qualche personale simpatia per alcune elucubrazioni tocquevilliane) non posso che dire: ovvio!

Pare però che proprio così ovvio non sia (il che non è male, il dubbio è il seme della conoscenza e altre barbagiannate del genere...).

In questo senso c'è un caso che mi è venuto in mente e che dimostra (o meglio esemplifica) quanto in realtà tutto dipenda dai modi e dai tempi delle liberalizzazioni. Il caso clinico altri non è che la cara e vecchia, felicemente in ripresa, FIAT.

I dubbi di Titollo sono fondamentalmente 2:

1) Siamo sicuri che a maggiore liberalizzazione e deregulation corrisponda maggiore crescita del PIL?

2) Siamo sicuri che a maggiore liberalizzazione e deregulation corrisponda maggiore produttività?

Premetto che io individuo come non indifferenti i fattori tempo e settore (in particolare credo che il dato medio che si può trarre sulla complessiva liberalizzazione del sistema o di un'economia sia ben poco rappresentativo. A meno che non ci sia un metodo inattacabile con cui combinare i dati per i singoli settori) perchè innanzitutto il lag con cui le riforme vengono recepite dal mercato è il più vario ed è dipendente dal prodotto e poi perchè ogni mercato è portatore di un livello di competizione fisiologico (ma su questo l'indicatore dell'OECD immagino sia affidabile).

Per intendersi: liberalizzare il mercato delle compagnie telefoniche e raggiungere la stabilità su circa 5 operatori è un risultato buono, mentre ottenere 5 competitors nel mercato dei chewing gum sia pericolo per i nostri denti (ovvero si rischia l'oligopolio, magari fortemente leaderistico, vedi Perfetti).

Tornando a noi e alla piccola storia FIAT:

1) All'inizio degli '80 una splendida classe dirigente segna un passo celbre nella storia del dirigismo all'italiana: l'Alfa di Arese non viene venduta alla Nissan, una norma non propiamente di incoraggiamento alla libera concorrenza. Ma è solo uno dei fatti arcinoti che pongono la FIAT in cima alla lista dei beneficiari delle politiche "centralizzate e concertate".
Risultato sul PIL italiano (tramite il fatturato FIAT e relativo indotto)? Probabilmente positivo (perchè checchè se ne dica una parte del "prodotto" da Nissan ad Arese sarebbe migrato in Giappone).

Ma non ero io a dire che una manovra dirigista e regolarizzatrice avrebbe influenzato negativamente il PIL?

2) anni '90: l'Italia diventa un paese governato da gente adulta e nasce l'Europa (non sono sicuro che i motivi siano questi... in ogni caso comincia un lento abbandono della gestione delle imprese di stato, compresa la FIAT).
Risultato? La Stilo! Ovvero crisi della FIAT causata da scarsa competitività, da una produzione inefficiente e da innovazione inesistente. In poche parole: i giapponesi ci surclassano (e se si aggiunge l'attacco ai segmenti più bassi da parte delle tedesche i dolori si completano).
Stavolta liberalizzando il PIL italiano (tramite il fatturato FIAT ci ha perso).

Ma allora...

In effetti il protezionismo, come altri dirigismi assortiti, spinge a, quanto pare, a non investire in nulla (in particolare in tecnologia e risorse umane) e foraggia una certa tendenza all'immobilità e all'arroccamento su rendite di posizione. Quindi sul secondo dubbio titolliano si può dire quantomeno che regolamentazioni rigide e ingessamento dei mercati influenzano negativamente la produttività (via investimenti).

2bis) 2006: la FIAT riprende ad investire, chiude o ristruttura (più ristruttura, visti i sindacati) stabilimenti scarsamente produttivi, innova su diversi fronti (motoristico: multijet, design: Grande Punto, interni: nuova Croma) ed il suo fatturato intraprende un cammino che, sembra, di tutto rispetto.
Quindi schede ricontate e verdetto ribaltato: la liberalizzazione ha portato un incremento del prodotto (nel piccolo dell'industria automobilistica ha contribuito anche al dato sul PIL).

Quindi forse anche sul primo dubbio titolliano si può dire che, a lungo andare, si finisce nel calderone dei dogmi liberisti.

In poche parole: le politiche di estrema regolamentazione sono politiche d'emergenza, "adatte" al breve periodo (ad esempio a governi di una decina di mesi in media...) su cui possono dare anche risultati (non in termini di produttività) interessanti, per quanto illusori.
Le politiche di deregolamentazione, al contrario, indubbiamente mettono sotto pressione le imprese nel breve e medio periodo, in cui innescano situazioni di selezione selvaggia tra gli attori del mercato, i cui esiti non sono affatto certi.
Ma, in fin dei conti, essere bravi imprenditori non significa ammanicarsi alla politica e vincere, significa competere e vincere. Altrimenti non si è imprenditori, ma produttori in un piano quinquennale.





mercoledì, maggio 17

Gelosie

Ispirato da un post di Rosalba, nello specifico questo, vorrei rispondere dando la mia personale visione della gelosia.
Innanzitutto tengo a precisare che non mi riferisco solo alla forte gelosia che nasce in una coppia, che merita di una chiacchierata a sè, bensì a quella gelosia sottile ed equivoca che proviamo per amici o conoscenti.
Nella mia piccola e semplice visione del mondo, non riesco a convincermi del tutto che la gelosia possa essere imputata tanto ad una paura dell'abbandono, almeno non esclusivamente, quanto ad una sottile forma di possessività che proviamo nei confronti dell'altra persona unita ad una sana dose di egocentrismo.
Difatti, mentre il rapporto "amoroso" è quasi per definizione (ed anche su questo ce ne sarebbero da dire..) esclusivo, un rapporto di amicizia o di conoscenza non ha questo carattere, anzi, nulla sarebbe più strano che sentir definire amicizia un rapporto esclusivo.
Eppure anche fra amici esiste la gelosia, con tanto di scenate, bronci e riappacificazioni (Giovanna, se stai leggendo...sai a che mi riferisco, vero? :p ).
Per non parlare di quella strana gelosia che si prova per persone con le quali non si ha nessun vero rapporto ma che vedere in compagnia d'altri a ridere e scherzare provoca uno strano disagio.
Non riesco a spiegarmi queste sensazioni in base ad una paura dell'abbandono, quanto più ad una frustazione nel vederci sottrarre qualcosa che reputiamo essere in qualche perverso modo di nostra proprietà.
A distinguere le due gelosie (entrambe possibili in una relazione amorosa, attenzione!) è anche la reazione:nel caso 'possessivo' sarà di rabbia e ritorsione, mentre in quella da abbandono sarà più tendente ad una forma depressiva di dolore e prostrazione.

E questo è a grandi linee la mia idea da 'psicologo della domenica' della gelosia, anche se, come al solito per ogni cosa che ci passa per la testa ci si potrebbero fare sopra diecimila ricami e distinguo.

Non voglio invece parlare del mio modo di viverla, in quanto credo che spiegare come e perchè si è gelosi si tratti di uno dei più difficili e profondi modi di mettersi a nudo, mostrando le proprie debolezze e i lati che spesso si reputano peggiori, rischiando magari anche di mettere a nudo verità scomode su cui non ci piace soffermarci.
E per quanto questo sia un blog onesto e aperto, non vi aspetterete mica così tanto da parte mia, vero?

edit:ho aggiustato il broken link al blog di Rosalba...ora potete leggere l'intervento iniziale

giovedì, maggio 11

Dialettica e maccheroni

Ieri sono rimasto piuttosto sconvolto.
Ho scoperto che Wanna Marchi e figlia (che per chi non lo ricordasse hanno truffato, perseguitato ed estorto a centinaia di persone spacciandosi per maghe) hanno aperto un video blog, ma prima di capire che fosse il loro ho "visto" un paio di messaggi.
Quello che mi ha sconvolto sono state le risposte delle persone.

Il post non aveva nulla di speciale, lasciatemelo dire: pretendono di fare un blog di riflessioni ma, senza entrare nello specifico di ciò chi sono, non posso dire di aver visto nulla di minimamente stimolante.
Fin qui nulla di che, ci sono centinaia di blog insulsi per la rete (qualcuno forse potrebbe dire che anche questo blog lo è e che neppure le nostre riflessioni sono strepitose...pazienza, non pretendo di piacere a tutti...).
Poi come mio solito leggo le risposte al post, dove trovo una serie irripetibile di insulti a sfondo sessuale:chi proponeva a Stefania (il nome della figlia e firmataria del video) di fare filmini sadomaso, chi le mandava minaccie di morte, chi affermava di voler avere con lei rapporti di discutibile natura.
Addirittura un utente è arrivato a scriver versi rimati sulle dubbie abitudini sessuali della persona.
Di flamers internet è pieno (a parte da noi, ci ignorano anche loro), nessuna novità, mi ha solo stupito vedere con quanta stolidità quegli illetterati abbiano postato cinque o sei volte di fila la stessa frase, come se questo potesse renderla di maggior effetto.

Forse la mia educazione ha qualche falla, ma reputo la conversazione come una figlia.
Posso rifiutarmi di farla nascere, ma non di maltrattarla dopo averla data alla luce.
Per quanto abbiano potuto fare delle cose orribili, un blog è solo un libero modo di esprimere i propri pensieri: se rispondi allora devi assumerti le responsabilità della tua risposta.
Non si può aprire un dialogo solo per insultare, si dimostra solo pochezza spirituale e d'educazione.
Di fronte a quest'ennesima dimostrazione, devo dirlo: mi sento deluso dai miei connazionali.
Il confronto con le altre persone è il pilastro fondamentale della civiltà, ed a nulla serve rinfacciare comportamenti peggiori da parte di altri, due colpe non fanno un merito.

L'ennesima occasione di mostrarci adulti è sfumata.

giovedì, maggio 4

Calze

Immaginate di essere una calza. Un calzino, un calzetto, un pedalino, quello che preferite.

E pensate di vivere al piede di un inglese, nell'Ottocento, a Liverpool o a Manchester. Se siete fortunati, ma proprio tanto, siete al piede di un novello imprenditore, di un borghese appena nato o di un importante nobiluomo. Se invece la fortuna non vi bacia il propietario della più bassa propaggine umana che voi state con tanta cura tenendo al caldo è un uomo normale, un operaio, un piccolo commerciante, un contadino, tra gli ultimi del mondo oramai industrializzato.

Brutta vita, direte.

Non un idillio, per certo. Probabilmente siete il suo unico paio di calze, oltre a quelle della festa. Probabilmente non fa altro che togliervi la sera e rimettervi la mattina, andare a lavorare, spaccarsi la schiena, sudare come un mulo, tornare a casa, togliersi le scarpe - finalmente -, mangiare e mettersi a dormire.
E il giorno dopo? Da capo, di nuovo.
Noioso. Ma ormai c'è abituato e, vi auguro, ci siete abituati anche voi.
Non è poi così male.
Vi siete affezionati a lui e poi, in fin dei conti, non siete mai da soli. Avete l'altra calza, la vostra gemella-sorella-amica-compagna-moglie-marito-compagno-amico-fratello-gemello (insomma fate voi, quello che più vi aggrada). Vivete la sfortuna, come la gioia, in compagnia. Sì perchè le calze, le calze nascono a coppie. Possono rompersi, bucarsi, strapparsi, ma anche nel più nero giorno della loro vita hanno qualcuno al fianco. Per certo.
Come potete essere tristi? Non avrete un buon odore ma altrettanto varrà per l'altra metà del paio che siete. Non siete soddisfatti? Vorreste una vita migliore? Lo immagino, ma per ora vi è toccata questa. Se non vi piace potete essere una di quelle calze con le cuciture sporgenti che molto in fretta riescono a guadagnarsi un posto fisso in un cassetto e a diventare la calza d'emergenza, quella scomoda che non metteresti neanche... neanche.
Ora però siate buoni con me e lasciate da parte i sofismi.

Ora pensate ad oggi. Tranquilli, siete sempre una calza. O un pedalino. Quello che avevate scelto all'inizio, insomma.

Non siete più ai piedi di un barbaro che si lava solo nei giorni di eclisse totale e, nel peggiore dei casi, vi tocca lavorare due o tre giorni di fila, poi vacanza. Magari anche lunga, lunghissima.
Però da soli.
Sì perchè non siete nati in coppia. Non avete una gemella-sorella-amica-compagna-moglie-marito-compagno-amico-fratello-gemello per la vita. Ne avete sei, sette, otto. Dieci.
E l'altra metà del vostro paio l'avete perduta nel primo roteare di cestello che vi hanno propinato. Certo la reincontrate, di tanto in tanto, ben piegata e profumata, ma sempre in compagnia di qualcun altro. Come voi d'altronde.
Vivete in una grande famiglia di gemelli, ma non passate mai con loro tempo a sufficienza per dire chi di loro sia il vostro. Il vostro gemello, intendo.
Quindi, alla fin fine, nessuno di loro lo è.
Strano no?
Sono passati neanche duecento anni e la vita delle calze si è completamente rivoluzionata.

Tremendamente buffo.