lunedì, ottobre 9

Società libere e società giuste

E' un atto di sincerità riconoscere che da questo blog è bandita l'attualità politica, che in realtà ruba non poco tempo alle nostre chiacchere, tantopiù che io e amisis ci schieriamo su fronti opposti, per quanto simili (a voi indovinare chi sta a destra e chi a sinistra).

E' altrettanto un atto di sincerità, definire la teoria politica (intesa come "materia") come uno dei campi che più mi affascina.

Dopo questo noioso ed esageratamente candido cappello vengo dritto al punto: socialità e libertà individuale.

E' indiscutibile, almeno a mio modo di vedere, quanto questo sia in realtà il tema cardine di tutte le dottrine politiche, che altro non fanno se non inserirsi nell'ampio spazio che va dalle dittature totalitarie, illiberali ed ornwelliane all'estremismo destrorso dei libertari anarco-capitalisti.
In questo senso una dottrina politica altro non è che un'equazione che pareggia, secondo un certo peso, socialità (e giustizia sociale) e libertà individuale.

C'è un gradino, una differenza, a mio modo di vedere, fondamentale tra questi due approcci ed il modello che si trascinano dietro. Il metro di giudizio dei due opposti prototipi di società è infatti totalmente diverso: la società giusta, la società sociale è una società MORALE, intesa come pregna di una spina dorsale indiscutibilmente legata ad una visione del mondo; dall'altro lato una società libera è per definizione AMORALE, con alfa privativa e tutto ciò che ne consegue, ovvero un metro di giudizio basato solo ed esclusivamente sui risultati, qualunque sia il modo in cui essi sono stati prodotti.

Perchè è così fondamentale la mancanza di una morale? Perchè è di libertà sociale che stiamo parlando. La libertà individuale, per fortuna, qua in occidente possiamo darla per scontata.
Perchè non è altro che la mancanza di libertà sociale, la libertà di vivere l'aggregazione di persone come condivisione di quel che si vuole piuttosto che come modo per affermare i propri diritti individuali che manca al giorno d'oggi.
Una volta il mondo vedeva crescere simposio di poeti, al giorno d'oggi il massimo che abbiamo conosciuto è il Gruppo '68, pregno di una connotazione spaventosamente politica che di letterario aveva ben poco.

Se ci riflettete un attimo il Gay Pride è a tutt'oggi una dimostrazione collettiva di un'orgoglio individuale, i bar gay sono luoghi di affermazione individuale di una socialità che può essere vissuta solo in un cantuccio (ho preso ad esempio gli omosessuali ma potrebbe essere applicato ad una qualunque potenziale comunità reale).

Cerco di fare un esempio meno capace di attirare immotivati epiteti scandalizzati.

Per legge di Murphy o dell'entropia che sia, per quanto cemento, armature edili da costruzione, acqua e colla vinilica voi possiate mettere assieme e regalare ad una comunità non accadrà mai che questa ne tiri fuori un'autostrada. Molto più probabile che la gente inizi ad apprezzare il sapore lieve e granuloso del cemento appena asciugato.
Storicamente, stupidamente o divinamente (a seconda che voi siate dei nichilisti, dei liberali o dei socialisti) ciò che spinge, o molto più spesso obbliga, le persone a fare delle cose assieme, per quanto sempre controvoglia, ha preso il nome di stato.
Stato di necessità per la precisione.
Ma per fare cose in gruppo bisogna andare d'accordo su COME stare insieme.
Ed è a questo che serve una morale, fondamentalmente. Se davvero così non fosse il cattolicesimo parlerebbe ai cuori dei singoli per far scoprire loro la fede, non per indirizzarli verso uno specifico atteggiamento di coppia e di concezione della famiglia (anche in questo caso faccio solamente un esempio e in generale non ci trovo niente di male).

Di cosa ci meravigliamo quindi se il liberalismo, il relativismo e la disgregazione sociale vanno di pari passo? Perchè e dove la società libera verso cui tutto il mondo, sul modello americano, tende, dovrebbe scatenare qualcosa di diverso da ciò che effettivamente genera: atomizzazione della società, disgregazione dei nuclei storici, aggregazionismo schizofrenico e multiforme?
E cos'altro ci si potrebbe aspettare se non l'opposizione di socialisti e liberali americani?

Nulla.

Ma il destrutturalismo dei secoli diciannovesimo, ventesimo e inizio ventunesimo allora non ci porterà altrove che in un immenso arcipelago umano, su di un mare enorme in cui le persone altro non potranno se non guardarsi, separate ed immobili?

Forse.

Ma forse la libertà selvaggia ed amorale, la sofferenza di oggi e di domani, la difficoltà di vivere in un mondo intrappolato sul filo, tra la soffocante sicurezza di una società Plug&Play-Outofthebox-Readytouse e la disarmante potenzialità di una realtà caledoscopica, mutante e ribollente, prelude solo ad una nuova coscienza dell'uomo. Un uomo che dopo aver conquistato la statura eretta potrebbe finalmente evolversi di nuovo, sollevando il mento ed il viso che la tribale e bestiale (per quanto complessa) società che si trascinava dietro gli schiacciava verso il suolo.

C'è la paura, più subdola e meschina, della mancanza di paracaduti, della competizione a tutto tondo, dell'essere incapaci e finire col soccombere. Ma in fondo, per la razza che ha afferrato i meccanismi dell'evoluzione esisterà più un'illusione sulla possibilità, per il portatore dei geni più deboli, di salvarsi?

Certo, c'è il terrore, indissolubile, di finire davvero dispersi, isolati in una scatola di sardine, soli nella folla sola.
Una possibilità che ci atterrisce e che continua a renderci schiavi.
Ma che potrebbe essere l'ultimo muro prima di un mondo nuovo.




Eskin'Whai



PS by amisis: mi scuso ancora per il ritardo, stavolta vergognoso, ma in mezzo agli impegni non siamo riusciti neppure a connetterci ad internet per pubblicare...ma il post di mercoledì arriverà...prima o poi ^_^