L'alba e il crepuscolo.
Quello che credo sia un buon motivo per iniziare a prendersi seriamente cura di un blog.
Qualche giorno fa, nella Scuola Superiore degli Studi Umanistici, in un seminario dedicato alla Semiotica della cultura, Umberto Eco dice una cosa che mi fa riflettere: dal 1952, Eco tiene un diario, o meglio appunta sinteticamente in un’agendina cose che ritiene importanti, alcuni incontri eccitanti ad esempio, oppure un banalissimo “oggi ho fatto lezione”.
Penso: abbiamo bandito dalla nostra cultura odierna i diari e molta letteratura intimista; ma questo equivale a considerare l’individuo come qualcosa di molto individuale, il privato come nettamente separato dal pubblico. Di qui, la deriva della coscienza civile (sto semplificando, lo so). Dove la storia personale e la storia del mondo si incrocino non so dirlo di preciso, so per ora che ho una grande fame di informazione e discussione. La quantità e la complessità degli eventi non è una cosa che dovrebbe mai spaventarmi: alcuni eventi, anche lontani fra loro, mi si offrono come chiave di interpretazione di altri eventi. Comincio a credere che un evento non sia un blocco da scomporre nelle sue parti, per essere compreso, ma piuttosto un oggetto che ha bisogno di essere posto in relazione con altri, affinchè possiamo coglierne il senso. Stamattina, per esempio, leggendo La Repubblica, ho trovato due notizie, separate tra loro da una decina di pagine di altre notizie.
1) Roberto Saviano pubblica ora sull’Espresso un’inchiesta circa il problema dello smaltimento dei rifiuti. Lo fa con il suo linguaggio forte, con quel bel connubio tra letteratura e giornalismo che abbiamo avuto modo di apprezzare in Gomorra. Dunque, Saviano è molto letto in questo periodo, come se in Italia la gente avesse bisogno di sapere più che mai, avesse bisogno di questi amari romanzi (d’accordo, Gomorra non è affatto un romanzo, ma il contenuto e lo stile sono tali che, se il libro fosse spedito ad un abitante di qualche altro pianeta in grado di comprendere la nostra lingua, sarebbe un plausibile romanzo). La letteratura in questo caso, da’ voce alla realtà.
2) Il governo americano assume cinque scrittori di fantascienza (Arlan Andrews, Jerry Pournelle, Larry Nivon, Sage Walker, Greg Bear), per poter prevedere eventuali attacchi terroristici. Ovvero, il governo americano ritiene che l’immaginifica intelligenza di questi scrittori possa contribuire a preventivare la tipologia di attacco terroristico in virtù di una sintonia, per così dire, tra “menti deviate”. (Non me ne vogliano gli scrittori di fantascienza per l’irrispettoso appellativo della loro attività cerebrale, questo è quanto, in parole semplici, il governo americano ha ideato). La letteratura, in questo caso, crea la realtà.
Cosa dire? Di sicuro la cultura italiana ha più familiarità con la nottola di Minerva..La nostra tendenza (ma mi piacerebbe essere confutata su questo punto) è quella di riflettere suill'accaduto, constatarlo, contestualizzarlo, comprenderlo; poi giustificarlo o condannarlo; farne un fardello della memoria, affinchè in futuro non si agisca per l'appunto con leggerezza - se mi si passa la triste ironia- , affinchè la cosa non si ripeta mai più.
Penso: abbiamo bandito dalla nostra cultura odierna i diari e molta letteratura intimista; ma questo equivale a considerare l’individuo come qualcosa di molto individuale, il privato come nettamente separato dal pubblico. Di qui, la deriva della coscienza civile (sto semplificando, lo so). Dove la storia personale e la storia del mondo si incrocino non so dirlo di preciso, so per ora che ho una grande fame di informazione e discussione. La quantità e la complessità degli eventi non è una cosa che dovrebbe mai spaventarmi: alcuni eventi, anche lontani fra loro, mi si offrono come chiave di interpretazione di altri eventi. Comincio a credere che un evento non sia un blocco da scomporre nelle sue parti, per essere compreso, ma piuttosto un oggetto che ha bisogno di essere posto in relazione con altri, affinchè possiamo coglierne il senso. Stamattina, per esempio, leggendo La Repubblica, ho trovato due notizie, separate tra loro da una decina di pagine di altre notizie.
1) Roberto Saviano pubblica ora sull’Espresso un’inchiesta circa il problema dello smaltimento dei rifiuti. Lo fa con il suo linguaggio forte, con quel bel connubio tra letteratura e giornalismo che abbiamo avuto modo di apprezzare in Gomorra. Dunque, Saviano è molto letto in questo periodo, come se in Italia la gente avesse bisogno di sapere più che mai, avesse bisogno di questi amari romanzi (d’accordo, Gomorra non è affatto un romanzo, ma il contenuto e lo stile sono tali che, se il libro fosse spedito ad un abitante di qualche altro pianeta in grado di comprendere la nostra lingua, sarebbe un plausibile romanzo). La letteratura in questo caso, da’ voce alla realtà.
2) Il governo americano assume cinque scrittori di fantascienza (Arlan Andrews, Jerry Pournelle, Larry Nivon, Sage Walker, Greg Bear), per poter prevedere eventuali attacchi terroristici. Ovvero, il governo americano ritiene che l’immaginifica intelligenza di questi scrittori possa contribuire a preventivare la tipologia di attacco terroristico in virtù di una sintonia, per così dire, tra “menti deviate”. (Non me ne vogliano gli scrittori di fantascienza per l’irrispettoso appellativo della loro attività cerebrale, questo è quanto, in parole semplici, il governo americano ha ideato). La letteratura, in questo caso, crea la realtà.
Cosa dire? Di sicuro la cultura italiana ha più familiarità con la nottola di Minerva..La nostra tendenza (ma mi piacerebbe essere confutata su questo punto) è quella di riflettere suill'accaduto, constatarlo, contestualizzarlo, comprenderlo; poi giustificarlo o condannarlo; farne un fardello della memoria, affinchè in futuro non si agisca per l'appunto con leggerezza - se mi si passa la triste ironia- , affinchè la cosa non si ripeta mai più.
Non ci appartiene troppo l'arte della previsione, l'impiego della classe intellettuale per tracciare le linee di uno sviluppo culturale, sociale, economico, politico: la nottola di Minerva, si sa, inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando è possibile solo guardarsi indietro e cercare di far quadrare le cose o di capire cosa proprio non quadrava. Gli errori nel nostro Paese sono, forse, per lo più errori da omissione.
D’altra parte, se noi italiani ci pronunciamo quando il sole cala, chissà quale alba inverosimile attende i cittadini americani, visto che il governo fa appello alla fantascienza per prevedere uno stato delle cose più o meno imminente. Gli errori dell'America sono, forse, per lo più errori conseguenti azioni - che spesso sono, azioni preventive.
Al di là di tutto, ammetto di avere una sorta di diffidenza istintiva verso questa versione americana di intellettuale integrato, e non mi convince nemmeno l'obiezione che questi cinque scrittori abbiano utilissime competenze specifiche, nel campo della chimica ad esempio (del pari, il crepuscolo italiano mi mette una certa malinconia).
Sarei grata se qualche sociologo, politologo, letterato, o chiunque altro avesse voglia di fermarsi e riflettere con me sulla relazione tra questi due fatti, e mi illuminasse in proposito.
Sarei grata se qualche sociologo, politologo, letterato, o chiunque altro avesse voglia di fermarsi e riflettere con me sulla relazione tra questi due fatti, e mi illuminasse in proposito.
Raziom

13 Comments:
Il problema del blog
Il problema del blog è che toglie quella libertà dell'appunto privato che ti permette di annotare "ho letto l'ultimo articolo di Tizio e non ci ho capito niente". Il mio problema da blogger erasmus era l'impossibilità di applicare filtri ad hoc sui contenuti (famiglia, amici, forze dell'ordine). Un altro problema è che quando ne hai aperti (e più o meno usati) diversi ti dimentichi i nomi utente e pubblichi commenti a metà mentre provi le password (vedi commento precedente) :)
Non ricordo se anche tu sarai in erasmus quest'anno o resterai a condividere le gioie della vita semioticobolognese.
Mi trovi d'accordo sulla libert� dell'appunto privato. Il fatto � che sono davvero piena di appunti privati, e mi � sembrato che ad un certo punto le possibili soluzioni fossero: arrotorarli, metterli in una bottiglia e sperare nelle onde del mare, o discuterne con chiunque ne avesse voglia. Diciamo che il blog per me amplia solo il range delle persone con cui avere una gradevole conversazione (chi lo sa, magari mi ricreder� presto!in effetti affidare delle riflessioni al web non offre garanzie migliori rispetto all'affidarle al mare.. )
Diciamo che sono sempre stata una fan della riflessione discreta e privata, e che ho sempre sperato che non sarei finita a sovraccaricare il web con i miei quesiti esistenziali solo per la pigrizia di fare autocritica o rispondermi da sola..ma diciamo anche che per ingenuit� o ottimismo (non ho mai aperto altri blog, questo � in assoluto il primo..consentimi l'entusiasmo del principiante!) credo che la mia consapevolezza e la mia capacit� di riflessione possano fare qualche passo avanti accogliendo gli input pi� disparati, e imparando a filtrare in itinere.
Per quest'anno comunque, continuo ad accogliere prima di tutto gli input bolognesi: niente erasmus!
Ero intenzionata a migrare ad Aarhus, e probabilmente lo far� in seguito, prolungando indefinitamente la mia condizione di studentessa a vita (scherzo...)
Questo significa che mi sopprterete ancora un po' :)
Ho letto solo quest'ultimo post per il momento, e ho trovato delle considerazioni molto acute e intelligenti!
Io più che di blog ho esperienza di forum. I blog li ho sempre dedicati ad esperimenti cazzari da pseudo-avanguardia multimediale, ma in alcuni forum ho cercato di intavolare discorsi serii. Ci si riesce se si sta in un forum dov scrivono persone accomunate da uno stesso interesse... con la seria controindicazione che prima o poi si finisce per scannarsi... :-P
In forum più generici ed eterogenei basta che posti qualche riga in più e subito sei segnato a vita... ;-)
Quindi non so se ho ancora tanta fiducia nel mezzo... però non ti scoraggiare e continua a regalarci le tue preziose riflessioni!
A presto,
Stefano
carissima raziom, per prima cosa benvenuta!
finalmente qualcuno ha risposto agli appelli e viene a contribuire alla discussione, che ultimamente langue un po', lo ammetto ^_^
purtroppo il tempo e' tiranno e non posso farti una buona analisi ora come ora, ma entro poche ore tornero' a farmi sentire.
Per ora prendi questo come il mio benvenuta nel club!
L’avrei fatto anch’io. Assoldare gli scrittori di fantascienza, intendo. Niven e Pournelle, che mi piacciono molto, Bear, che mi piace un po’ meno, e anche gli altri, non li conosco ma probabilmente me li avrebbe fatti conoscere un collega dell’intelligence. Per due serie di motivi.
La prima serie presume che la scelta sia razionale: fatta cioè da gente che pianifica le proprie scelte e da soluzioni progettuali al problema della Difesa dell’Occidente dal Terrorismo Islamico.
La seconda serie presume che la scelta sia fatta da persone che esprimono i propri riferimenti culturali esattamente chiunque di noi: con grande naturalezza e limitata consapevolezza.
Prima serie
1) Gli alieni tratteggiati dai nostri scrittori sono realmente alieni: nelle motivazioni, nella cultura, nella storia, negli istinti. Potrebbero riuscire ad entrare nella logica, incomprensibile per un occidentale, dei nostri avversari e fornirci suggerimenti su possibilità altrimenti difficili da prendere in considerazione.
2) Dopo aver interiorizzato gli alieni dell’Islam utilizzeranno le loro riflessioni per narrare qualcuna delle loro storie, con astronavi e quant’altro. I lettori leggeranno la vicenda e riconosceranno, anche se non consapevolmente, al Qaeda & C. Anche coloro che sono scettici verso la propaganda esplicita del governo assorbiranno il senso della minaccia aliena e della necessita (e gloriosità) di fermare la minaccia.
3) Sicuramente i nostri autori leggeranno la letteratura di intrattenimento e la fumettistica dei nostri nemici. Al contrario dei nostri sociologi e psicologi non si limiteranno ad analizzarla e classificarla, ma la capiranno. E capiranno con cosa si identificano i giovani islamici che si daranno al terrorismo e quali obiettivi troveranno irresistibili.
4) Comunque i nostri scrittori sono solo una componente delle numerose competenze che stiamo coordinando nel nostro lavoro di intelligence.
Seconda serie
1) Anche noi (che facciamo propaganda) abbiamo bisogno di rassicurazioni. Cosa meglio di un’analisi romanzata per potersi immedesimare in un popolo di eroi che vince, pur essendo circondato? Leggo un documento di analisi e nel frattempo, senza accorgermene, posso usufruire anch’io di una storia che mi dice quale sarà il mio futuro.
2) Ci serve un protagonista! E quindi servono degli sceneggiatori. Bin Laden è un eroe per Loro. Come lo era Guevara per gli Altri. Noi chi abbiamo? L’America deve personificarsi in qualcuno, e gli scrittori sono i demiurghi che prima o poi faranno il miracolo. Mettiamoli al lavoro!
3) Le cose non stanno andando come dovrebbero. Siamo piu’ forti e non riusciamo a venirne fuori, siamo nel giusto e non piacciamo a nessuno. I tecnici non sono sufficienti.
Certo che le motivazioni della seconda serie non possono essere esplicitate, nemmeno in pensieri non detti, e quindi ben vengano giustificazioni razionali tipo: hanno comunque conoscenze di chimica o altro.
Peraltro trovo interessante il confronto tra l’alba dell’azione americana contrapposta al crepuscolo della riflessione italiano. D’altra parte, forse, la nostra impostazione provvidenziale tende a cercare di interpretare a posteriori l’accaduto, che è volontà di Dio, piuttosto che accettare la molteplicità delle possibilità, che sottintendono il caos. Un poco alla Weber per capirci. Del resto l’Italia sarà anche (forse) un popolo di inventori, parlando di individui, ma sicuramente non è un popolo di innovatori, parlando di collettività.
A proposito di Storie Popolari (queste si con la maiuscola)
Negli ultimi mesi sono usciti, in Italia, due libri.
‘Rompere l’incantesimo’ di Dennett
‘L’illusione di Dio’ di Dawkins
Il primo analizza la religiosità umana dal punto di vista evolutivo, ponendo la questione se sia arrivato il momento di trattare questo fenomeno, per l’appunto, come un fenomeno da indagare e comprendere al di fuori delle categorie teologiche
Il secondo è un manifesto dell’ateismo. Particolarmente arrabbiato contro la discriminazione del popolo dei non credenti da parte dei ‘Teisti’.
Riflettevo sul fatto che negli ultimi decenni non si sono scritti tali libri. Non se ne sentiva il bisogno: la religiosità era un fatto privato, come il rapporto con Dio e la storia era determinata dalle categorie Marxiste (per chi voleva) o dal Processo Democratico del Mondo Libero (per gli altri). Nessuno, a parte qualche esaltato, interpretava la Storia come svolgimento di un progetto divino da interpretare in termini di Simboli e Significati. Le cose sono cambiate, e ritornano i pamphlet ed i trattati sull’ateismo. Sic. Non è una buona idea portare la bibbia nelle scuole. Anche leggerla armati del piu’ acuto spirito critico significa dover adottare categorie interpretative distorte. Ritengo molto meglio parlare del mondo e lasciare Dio da parte.
Forse gli scrittori cooptati sono un altro sintomo della tendenza a sostituire nuovamente il Mito alla Storia.
P.S.
Quando si tenta una analisi alle due del mattino come minimo ci esce uno stile una ‘nticchia onirico. L’inflazione di maiuscole lo dimostra ampiamente. Certo potrei rileggere e rendere il tutto piu’ sobrio ma non rispetterei lo spirito del diario proposto da Raziom, ed i diari, si sa, si scrivono da soli nella notte.
Rieccomi, come promesso.
Questo post è sicuramente gravido di idee, e tanto interessante quanto imbarazzante da affrontare in un unico commento.
In quanto fondatore del blog, non posso che definirmi una nottola a mia volta, anche se mi sento ben lungi da un umile contemplatore.
Volendo però fare un po di opera contemplativa, direi che un paio di riflessioni simpatiche da fare ci sarebbero.
Per prima cosa, il legame fra realtà e parola è molto profondo (come forse tu saprai meglio di me), in quanto la nostra percezione della realtà non è solo filtrata dai nostri sensi, ma anche dalla nostra mente, per cui parole e pensieri sono la via principale di autoanalisi.
E' quindi consequenziale che il semplice parlare di una cosa gli dia un valore di verità completamente diverso rispetto ad un modesto silenzio.
Anche la stesse parole usate, il tono, il ritmo, contribuiscono a creare la percezione della realtà.
In fin dei conti da che l'uomo scrive si dice che "la storia è scritta dai vincitori", tanto che i greci univano nella parola logos sia la parola che la realtà che il principio creativo alla base della stessa.
Qualcosa vorrà pur dire, no?
Per quanto riguarda lo sfruttamento degli "intellettuali" per la previsione del futuro, direi che è emblematico il fatto che mentre il viaggio sulla luna era già stato pensato molto tempo prima, il telecomando è stato un fulmine a ciel sereno anche per gli scrittori dalla fantasia più fervida.
Quali che siano le loro capacità specifiche, dubito surclassino quelle di un qualsiasi tecnico, mentre reputo piuttosto fallace il pensiero che possano prevedere esattamente l'entità di un pericolo reale.
In fin dei conti metà del mestiere dello scrivere è mostrare una realtà "interessante" ed innovativa, prerogativa che purtroppo al mondo reale spesso manca.
Ricordo poche guerre vinte grazie ad una nuova idea, quanto grazie all'uso di armi vecchi e sempre efficaci, quali il terrore, il dubbio e simili.
Senza tener conto che l'applicazione di queste tecniche è profondamente legata alla cultura d'origine, ed uno scrittore ha fatto un'arte del trasmettere messaggi efficaci alla propria cultura, immergendosene completamente.
No, mi spiace...fra tutti i possibili scopi che possono avere dei pensatori, prevedere minacce belliche credo sia proprio l'ultima.
E grazie al cielo, mi si permetta di aggiungere.
Mi permetto a breve distanza di commentare la risposta di Maurizio.
I motivi che hai elencato sono ottimi per stipendiare degli scrittori a fare libri e racconti di propaganda...ben altra cosa è la previsione di minacce, come riportava Raziom se non ho frainteso.
Il fatto che in questi ultimi anni il numero dei "Fondamentalisti Atei" sia in aumento, con risultati spesso ridicoli quando non tragici, trovo sia interessante.
Un'opposizione del genere potrebbe essere ricondotta ad un acuirsi del lato "irruento" della chiesa, forse in risposta all'emergere di una nuova (almeno per noi) concezione religiosa di società? credo di sì, ma intendo ripropormi il problema appena avrò abbastanza lucidità per farlo...
Vista la tua opinione sulla bibbia nelle scuole, posso chiederti di dire la tua nel post "Matteo, 26,30"? sarei curioso di approfondire il perchè reputi che un'analisi della bibbia risulti per forza distorta.
In fondo non hai detto poche righe, anche se in modo implicito, che la religione è una base di interpretazione del mondo attuale?
quale modo migliore di sfatarne la potenza che non smembrandola asetticamente?
Mi inserisco e poi, probabilmente sparisco. Magari nei prossimi giorni riuscirò a fare un salto se qualcuno vorrà incrociare la penna con me.
Innanzitutto benvenuta a Raziom, sono felice che Amisis abbia qualcuno che lo aiuti a tener vivo il fuoco: in fin dei conti la discussione in sè è sempre più importante dei temi, e se solo il tempo ci dirà che cosa porterai a Per insonnia e per passione, per ora è già una gioia vedere una nuova voce aggiungersi al "coro".
Entrando nel merito, vorrei portarvi a riflettere (io l'ho fatto su stimolo del buon Bertrand Russell), su quanto la cultura sia, a volte, il prodotto della vita dell'uomo piuttosto che il contrario.
E' vero che l'uovo di oggi e la gallina di domani in questo teleologico giochino sono sempre dietro l'angolo, ma l'Italia e gli USA sono due esperimenti storici illuminanti: nel corso della discussione è spuntata, non mi ricordo di preciso dove, l'idea della scarsa tendenza all'innovazione italiana. Beh, aggiungo io il fratello dell'innovazione: il rischio.
Torno all'inizio del ragionamento per chiudere il cerchio: l'Italia è terra di continua conquista, di schiavi dai padroni sempre nuovi, di poveri derubati di giorno in giorno da nuovi usurpatori. Niente di strano nella nostra diffidenza verso il prossimo allora.
All'opposto gli Stati Uniti, nata come terrà di libertà sfrenate, in cui l'ovest era anarchia e possibilità sconfinate, in cui un uomo, con sufficienti palle e voglia di rischiare poteva davvero cambiare la propria vita.
Nulla di nuovo sotto il sole.
Attraverso questi prismi culturali potete scomporre quasi ogni fenomeno - economia, cultura, letteratura - possibile che in ogni cosa il tricolore sia, quando riassunto in movimenti e non rappresentato da eccezionali singoli, conservatore e timoroso?
In un mondo che ragiona in termini di massimi ritorni di investimento e non di rischi minimi è allora follia, mettere delle menti di indubbia fantasia, al lavoro su un futuro possibile piuttosto che probabile? Se, come diceva giustamente qualcuno, il mio nemico mi è alieno, forse chi è in grado strapparmi di dosso i miei luoghi comuni è l'unico che può salvarmi.
Un italiano si chiederebbe solo, poi, magari davanti a scarsi risultati: ne è valsa la pena? quanti soldi ho sprecato? quante cose inutili ho fatto?
E attenzione che questa non è una virtuosissima formica in diritto di fare la ramanzina alla cicala, per quanto la strabordante ricchezza americana possa infastidire.
Non so se Niven e compagnia aiuteranno in qualche modo gli yankee e tutti noi, forse meglio sarebbe uno scrittore di fantascienza ARABO. Magari possiamo convincere Magdi Allam a cambiare genere...
A presto,
Eskin' Whai
Salve, e ban arrivati a tutti.
Innanzi tutto grazie di aver permesso commenti.
Poi...
Semplificando il pensiero(e già talvolta può essere pericoloso) condivido pienamente quando dici che "Non ci appartiene troppo l'arte della previsione".
io aggiungerei che non ci appartiene proprio la dimensione progettuale.
Difficilmente scandali e ribalte sono dovuti a progetti, programmi, ad uno sviluppo della persona nel futuro. questo sia come oggetto sia come soggetto.
O meglio sia come avvenimento, scandalo notizia scoperta, che come motivo che ha prtato a certi comportamenti.
Ciò inevitabilmente porta a discussioni, paroloni, si condanna questo aspetto ma si capisce, non dico giustifica (forse ipocritamente) quest'altro...
In breve forse Tomasi di Lamedusa tristemente fotografa bene e sul lungo periodo.
Spero di non essere andato fuori dal seminato...
Almeno per adesso...
Saluti
Forse non era molto chiara la ripartizione delle motivazioni in due gruppi.
Il primo gruppo rappresenta le motivazioni razionalizzate, quelle culturalmente accettabili e quindi esprimibili. Non si usano gli scrittori per le previsioni al modo degli oracoli, semmai sono un elemento di brainstormig utile per orientare gli esperti di intelligence. Gli americano prendono molto sul serio, e non a torto, la tecnica di brainstorming.
Il secondo gruppo rappresenta le motivazioni profonde, quelle che potrebbero non essere accettabili se rese esplicite. Ad esempio, commissionare la propaganda è tipico dei regimi dittatoriali: negli States è inammissibile un minculpop. Tuttavia la propaganda è necessaria, se si vuole dare il senso di appartenenza alla nazione. Ed allora si assoldano gli scrittori si, ma come consulenti per la sicurezza. Non dimenticare che la propaganda è efficace anche per chi la scrive. Soprattutto per chi la scrive.
A posteriori poi si può sempre scoprire che qualche fatto avvenuto era stato quantomeno adombrato, se non anticipato, in qualche racconto. Da lì a concludere questa circostanza è la prova provata dell’assoluta aderenza al vero di quanto raccontato il passo è breve. Ma questo meccanismo non è ne progettato ne cosciente, un po’ come le marce militari delle parate galvanizzavano anche chi le aveva scritte e chi le aveva commissionate.
Non sono invece d’accordo con l’affermazione che poche guerre sono vinte grazie ad una nuova idea. Penso che sia vero il contrario: quando non ci sono nuove idee le guerre vanno avanti con sorti alterne, ma mai decisive, per decenni o per secoli. Attenzione di nuovo a non confondere le idee nuove con le armi supersegrete alla 007: quelle non sono idee nuove, sono solo nuovi modelli cose già presenti, facilmente recuperabili neutralizzabili dagli avversari. Considerate invece
· L’età del bronzo che finisce con l’arrivo delle armi in ferro: in pochi anni una civiltà è spazzata via e sostituita.
· Roma che unifica il mediterraneo con due idee dirompenti: la guerra condotta da reparti organizzati anziché da eroici guerrieri e l’istituzione del diritto e della legge come vincolo persino della volontà dei sovrani. Il corpus legale, per la prima volta nella storia dell’occidente, dà continuità (e stabilità) al governo della repubblica e dell’impero molto oltre la durata delle vite umane.
· Cortez e Pizarro che cancellano le civiltà precolombiane perché concepiscono la guerra come annientamento dell’avversario. Poche decine di conquistadores, con archibugi ed armatura pensate che avrebbero conquistato la Gallia del primo secolo a.c.?
· La rivoluzione industriale si ripercuote anche in campo militare, e non solo dal punto di vista della produzione di armi. L’invenzione dello stato maggiore da parte della Prussica mette in ginocchio la Francia di napoleone III con la prima guerra lampo della storia, e obbliga gli stati d’europa ad ‘industrializzare’ la conduzione della guerra se non vogliono essere annessi dal Kaiser nel giro di pochi anni. L’assetto geopolitico che era rimasto fondamentalmente lo stesso dai tempi di Carlo V si sfascia in pochi decenni e si ricostituisce in un blocco omogeneo e coeso: l’Occidente.
· Le imprese coloniali del XIX secolo hanno successo proprio per la disparità tecnologica e organizzativa degli europei sui restanti popoli.
· Le attuali guerre del golfo mostrano come la perdurante disparità tecnologica renda la guerra una faccenda di poco tempo e poche vittime da parte degli invasori. Il controllo del territorio non è mai in discussione ed ha un costo ricorrente piccolo in assoluto, anche se può comportare difficoltà di gestione politica.
E via dicendo. Un libro piuttosto famoso, e in generale gradevole da leggere anche se talvolta un po’ pignolo, è ‘Armi, Acciaio e Malattie’ di Diamond (Einaudi). Inizia proprio con le parole di un sindaco neozelandese che domanda come può essere che i suoi antenati si siano combattuti per millenni senza che nessuna delle parti riuscisse a prevalere e poi, in pochi anni, gli europei si prendono tutto.
Per inciso penso che il confronto tra la Civetta di Minerva Italiana e l’Aquila USA sia da ripensare, se non altro per la disparità di dimensioni delle due parti: gli USA tentano di definire l’Occidente, l’Italia è chiusa su se stessa e abbondantemente ignorata. Curiosamente nessuno pensa all’Europa ed al processo di definizione culturale che, lentamente, si sta verificando. Che tipo di uccello vola sull’Europa? Ci sono molte cose nuove sotto il sole. Il tempo stesso è misurato (e definito) dalle cose nuove.
P.S. L’ultima frase è adattata da ‘Il mondo d’acqua’ di Shatzing vale la pena di leggerlo, così come ‘Il quinto giorno’ dello stesso autore, che invece è un romanzo. E non solo per il contenuto… diciamo che dovrebbe stimolare qualche riflessione a semiologi ed antropologi.
riprendo la mia frase sulle idee nuove in guerra e la ritro umilmente.
Per quanto non sia in piena accordo su tutti gli esempi, ad esempio per quanto riguarda Cortez (era considerato dagli indigeni un Dio...ha vinto piu' per questo che per raffinate strategie di genocidio, almeno a mio parere), devo riconoscere che mi e' uscita male.
Mi stavo riferendo al concetto stesso di scontro, in cui gli ingrediente di base sono sempre gli stessi, da millenni: se puoi spazzare via il nemico con la forza e poche perdite fallo, altrimenti distruggine la convinzione e poi infierisci sulle truppe in rotta, che pero' come concetto risulta un po' troppo vago e plastico, mi scuso.
Tornando poi all'argomento propaganda, e collegandosi con quanto detto anche da Eskin, posso capire un'azione del genre vista in termini retrospettivi: una volta che avremo vinto la guerra, la propaganda fatta ora dara' i suoi frutti.
Il problema e' che in una situazione spinosa come quella irachena il governo stia rischiando parecchio.
sara' forse un ragionamento ispirato dalla nottola, ma sapere che i generali del mio esercito chiedono pareri a scrittori di fantascienza mi da' veramente l'impressione, a pelle, che non sappiano piu' che pesci prendere.
Che poi ci siano buone ragione per farlo, e che possa risultare una buona propaganda futura, e' indubbio, ma il problema e' la propaganda negativa che rischiano di crearsi ora...
Il tempo come sempre e' tiranno, ma il succo e' questo, spero di poter ampliare i prossimi giorni, magari anche in seguito ad una vostra risposta.
Keep up the good work.
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